martedì 10 febbraio 2015

I Filosofi di Hitler


Lo sterminio antisemita è stato un "autoannientamento", "selbstvernichtung". Un documento ritrovato nella scorsa primavera riapre la polemica contro il filosofo tedesco, Martin Heidegger, accusato di filo-nazismo per aver taciuto sulla questione della Shoah.


Il documento è contenuto in un volume che sarà pubblicato in Germania: 'Quaderni Neri', curato da Peter Trawn. Si tratta delle note risalenti al periodo cruciale che va dal 1942 al 1948. Il quaderno del 1945/46, che sembrava fosse andato perduto, era il tassello mancante della speculazione filosofica di Heidegger in merito ai concetti di ebraismo, che rompe quello che era da sempre stato definito il "silenzio di Heidegger": la mancanza di una presa di posizione netta sulle atrocità dei campi di concentramento, qui considerati dal pensatore tedesco come l’industrializzazione della morte, la "fabbricazione dei cadaveri".
Il filosofo, che vede nella Seconda Guerra Mondiale un conflitto diretto tra tedeschi ed ebrei, spiega che "solo quando quel che è essenzialmente 'ebraico', in senso metafisico, lotta contro quel che è ebraico, viene raggiunto il culmine dell’autoannientamento nella storia". La Shoah avrebbe allora un ruolo decisivo nella storia dell’Essere, perché coinciderebbe con il "sommo compimento della tecnica" che, dopo aver usurato ogni cosa, consuma se stessa. In tal senso lo sterminio degli ebrei rappresenterebbe quel momento apocalittico in cui ciò che distrugge finisce per autodistruggersi. Culmine "dell’autoannientamento nella storia", la Shoah rende quindi possibile la "purificazione dell’Essere".

Heidegger, la filosofia, il nazismo (di Massimo Sebastiani)

La questione del rapporto (e del coinvolgimento) di Martin Heidegger col nazismo è da sempre controversa e tornò prepotentemente alla ribalta quando nel 1987 Victor Farias pubblicò il suo ‘Heidegger e il nazismo’, libro poi contestato da molti studiosi soprattutto per l’uso strumentale delle fonti.
Quel che è certo è che Heidegger aderì al partito nazista nel 1933 quando divenne rettore dell’Università di Friburgo. Incarico dal quale si dimise un anno dopo non partecipando più ad alcuna attività politica ed entrando in un periodo di silenzio, anche accademico, durato circa otto anni.
Per provare a comprendere e contestualizzare il senso di alcune espressioni contenute nel cosiddetto Quaderno Nero, è necessario fare riferimento ad alcuni concetti chiave del pensiero di Heidegger. Per lui la storia del pensiero occidentale è storia della metafisica, da intendersi non come pensiero ‘ultraterreno’ ma come destino (in tedesco Geschick che si lega al verbo schicken, inviare o mandare, ma risuona anche nella parola Geschichte, storia) dell’Occidente. In cosa consiste questo destino

Heidegger ricorre a un'immagine silvestre per spiegare l'impossibilità di definire l'Essere:[74] esso è simile a una foresta buia e intricata, dentro la quale si è costretti a vagare lungo i suoi sentieri senza poterla cogliere in maniera oggettiva e distaccata. Saltuariamente, tuttavia, si approda a un diradamento, una «radura» (Lichtung)[75] che consente di averne una visuale più ampia pur dal suo interno.[76]

L'Essere è come la luce che non vediamo direttamente (come nel Mito della caverna di Platone), ma solo in quanto rende visibili gli oggetti. Così l'Essere rimane nascosto dietro quel che fa apparire: ciò che appare è la storia con le sue epoche.

Il destino dell'Essere per Heidegger è il nichilismo (come dargli torto?).

All'uomo la verità dell'Essere appare sotto forma di tecnica, la quale si «impone» all'uomo come «pro-vocazione». Heidegger usa il termine Gestell («scaffale», «montatura», e appunto «imposizione») che spinge l'uomo a dirigere ogni elemento della natura, ogni energia, persino se stesso al fine di immagazzinarli, modificarli e nuovamente impiegarli.
Di fronte a questa im-posizione, l'uomo può recuperare la sua libertà soltanto divenendo consapevole del vero carattere della tecnica, che al fondo non è qualcosa di meramente strumentale, e la cui «montatura» non ha nulla di tecnico, ma è ancora una volta parte del destino nichilistico dell'essere. 
Solo una sorta di amor fati, una assunzione di responsabilità nei confronti di un tale destino, può consentirci la possibilità di una salvezza, messa in grave pericolo dalla tecnocrazia. Come aveva scritto Friedrich Hölderlin, è proprio nel pericolo che si annida ciò che salva;[83] Heidegger in quest'ottica, a partire dal senso originario della parola techne («arte»), ne riscopre l'affinità con la poiesis: entrambe, nell'antica Grecia, stavano a indicare la produzione del vero e del bello.
La Shoah come approdo del nichilismo
Solo un pensiero che pensa razionalmente l’essere come ente, come qualcosa di utilizzabile, sfruttabile, manipolabile, può produrre il motore a scoppio e la bomba atomica, la chirurgia e l’inquinamento, la grande ingegneria e la desertificazione ecc.
Cosa hanno a che vedere gli ebrei con tutto questo? Il loro contributo (così come quello dei cristiani, per la verità, e prima di loro dei greci re-interpretati) è stato decisivo per lo sviluppo della metafisica, intesa in senso negativo da Heidegger, colpevole di aver reso l'Essere un oggetto, e del pensiero della ‘tecnica’ . 

In questo senso va intesa l’espressione, scioccante, spiazzante, provocatoria, di ‘autoannientamento’ (sa selbst=stesso e Vernichtung, da Nicht=nulla, quindi auto-nullificazione): secondo Heidegger gli ebrei sono stati, più o meno inconsapevolmente, artefici del loro stesso destino, parte attiva dello sviluppo della storia occidentale come ‘progresso della tecnica’.

Heidegger inedito: Shoah era necessaria,ebrei autoannientati 09 febbraio 2015


La bellezza è libertà: e Heidegger annunciò la scoperta di Schiller Torno Armando 12 aprile 2008

Certo l’uscita dei Quaderni Neri segna nel confronto con il pensiero del filosofo tedesco una svolta la cui portata e i cui esiti non possono oggi essere previsti. Tanto più che la pubblicazione è ancora in corso e il prossimo volume, che va dal 1942 al 1948, è atteso in Germania ai primi di marzo. Proprio per questo è indispensabile evitare le reazioni emotive, i giudizi precipitosi e sommari. Per quanto sia estremamente difficile, occorre invece continuare a interrogarsi e, anzi, mantenere aperte le domande. Serve, insomma, l’esercizio della filosofia. 

La questione è ben diversa da quella sollevata da Victor Farías e, anni più tardi, da Emmanuel Faye. I Quaderni Neri sono testi scritti da Heidegger che ne aveva progettato la pubblicazione. E per di più sono testi strettamente connessi con la sua opera. Il nodo è filosofico. Quel che dice nei Quaderni Neri non può essere derubricato a dottrina, da tenere separata dalla filosofia. 

Se oggi possiamo leggere i Quaderni neri è grazie anzitutto al lavoro editoriale di Peter Trawny e alle sue riflessioni contenute nel volume Heidegger und der Mythos der jüdischen Weltverschwörung («Heidegger e il mito del complotto ebraico»), che sta per essere pubblicato da Klostermann nella terza edizione. Decisivo è stato il convegno Heidegger et les «juifs» organizzato a Parigi, tra il 22 e il 25 gennaio scorso, da Joseh Cohen e da Raphael Zagury-Orly, che sono riusciti nell’ardua impresa di far discutere filosofi molto diversi: da Peter Sloterdijk a Alain Finkielkraut, da Maurice Olender a Bernard-Henri Lévy. Al di là dei singoli importanti contributi, è emersa l’esigenza di proseguire la discussione critica senza cadere in preclusioni o chiusure affrettate. 

Più frastagliato appare il panorama della filosofia tedesca, ancora profondamente segnata dalla rimozione del nazismo e meno disposta a parlare apertamente di Auschwitz e della «questione ebraica». Ma rifiutare d’improvviso Heidegger, come ha fatto di recente Günter Figal, dimettendosi dalla carica di presidente della Società Martin Heidegger, non vuol dire forse eludere il confronto con quel che è accaduto solo qualche decennio fa? 

Se nei Quaderni neri che sono stati pubblicati (i volumi 94-96 delle opere complete) è venuto alla luce, in tutta la sua rilevanza, l’antisemitismo metafisico, nei quaderni che stanno per uscire (il volume 97) è cancellato per sempre il silenzio sulla Shoah. Nello sterminio — come ho sottolineato nell’articolo uscito ieri su «la Lettura» — Heidegger vede un autoannientamento degli ebrei. «Solo quando quel che è essenzialmente “ebraico”, in senso metafisico, lotta contro quel che è ebraico, viene raggiunto il culmine dell’autoannientamento nella storia». In una delle sue lezioni talmudiche Emmanuel Lévinas, allievo di Heidegger a Friburgo, ha detto che si potrebbe perdonare «chi abbia parlato senza coscienza». Ma le cose stanno diversamente quando si tratta di un «geniale Rav», un maestro chiamato a un grande destino. «Si possono perdonare molti tedeschi, ma ci sono tedeschi a cui è difficile perdonare. È difficile perdonare Heidegger». Queste parole, che assumono ora un significato ancor più profondo, non esimono tuttavia dal compito di studiare attentamente le pagine di Heidegger e di guardare alla Shoah in una prospettiva inedita. 

Perché la Shoah non è solo una questione storica, ma è una questione filosofica che coinvolge direttamente la filosofia. Nei campi di sterminio — che vanno distinti dai campi di concentramento o di lavoro — l’industria della morte lavorava giorno e notte per la «soluzione finale», cioè per eliminare il popolo ebraico dal pianeta. Le camere a gas sono state il luogo incancellabile di un progetto sistematico di «depurazione»

Ma lo sterminio è stato senza precedenti anche perché non era mai avvenuto che si uccidesse in una catena di montaggio. Il processo di industrializzazione della morte, che assunse la precisione quasi rituale della tecnica, trovò nell’uso del gas un cambiamento di qualità. Le gassazioni su scala industriale hanno introdotto l’anonimato dei carnefici di fronte alle vittime senza nome e hanno consentito la frantumazione della responsabilità. Non è un caso che l’etica sia stata uno dei grandi temi dopo la Shoah. I principi che la filosofia ha ritenuto validi non hanno retto alla prova di Auschwitz, dove il limite etico ha perso ogni senso di fronte alla degradazione dell’umano, alla privazione della dignità, non solo della vita, ma persino della morte. 

Non è, dunque, neppure un caso che a rilanciare, nella seconda metà del Novecento, la questione della responsabilità siano stati i filosofi ebrei, da Hans Jonas a Hannah Arendt e a Günther Anders, da Emmanuel Lévinas a Jacques Derrida, tutti allievi diretti o indiretti di Heidegger. 

Leggere Heidegger, confrontarsi con le frasi inquietanti dei Quaderni Neri, non significa aderire a quel che ha scritto. La filosofia non è — come alcuni credono — un match calcistico, la sfida di una squadra contro l’altra; non si riduce al pro e al contro. Chi filosofa sopporta la complessità e abita nel chiaroscuro della riflessione.

È interessante seguire, come ha fatto il settimanale left nel penultimo numero a firma di Gianfranco De Simone, il percorso di ontologia negativa che parte dalla nota interpretazione paolina delle scritture, causa di quel peccato originale che tuttora il catechismo della Chiesa cattolica ritiene fondante, per arrivare fino al pensiero nazista e antisemita di Martin Heidegger, tornato al centro del dibattito pubblico internazionale per la recente pubblicazione dei suoi Quaderni Neri.

Contrapporre poi a tutta la storia della tradizione culturale e antropologica dell’Occidente, la teoria della nascita di Massimo Fagioli, definendola “opposta” radicalmente a tutto quel percorso, come fa il filosofo Giacomo Marramao intervistato da Elisabetta Amalfitano, diventa fondamentale per capire l’essenza e la portata storica del pensiero dello psichiatra romano.

Costruire infine un numero, in edicola fino a sabato, in cui, oltre allo scontro teorico radicale fra Fagioli e l’ontologia dell’Occidente, si aggiunge l’intervista all’islamista Biancamaria Scarcia Amoretti (qui il video) che lega la mancanza del peccato originale nell’Islàm alla possibilità di emancipazione delle donne, affermazione decisamente inusuale ma estremamente interessante, significa aver fatto del nuovo left - nato all’inizio dell’anno per iniziativa dell’editore Matteo Fago - un centro di produzione culturale di primissimo piano nell’asfittico panorama editoriale italiano (soprattutto di sinistra). Benvenuto, quindi.

Non si può non cogliere la rilevanza di queste provocazioni intellettuali di livello: se si afferma la centralità dell’antropologia negativa nella formazione del pensiero occidentale, sia religioso che filosofico (l’uomo nasce fallato da un minus irrisolvibile) - cosa che diventa chiara solo nel momento in cui l’antropologia positiva di Fagioli (l’uomo nasce con pienezza di essere e di specifica “essenza” umana) ne svela la falsità - si rivela anche di centrale importanza il contrasto antropologico all’interno dello scontro millenario tra cristianità e mondo islamico.

A questo punto non ci si può esimere dal pensare anche alla differenza antropologica tra ebraismo e cristianesimo, affermata dal rabbino Benedetto Carucci Viterbi in un incontro dal titolo “Se Dio esiste, da dove il male?” organizzato da Biblia e svoltosi un paio di anni fa al liceo Galileo di Firenze, alla presenza del filosofo Sergio Givone, a quei tempi assessore alla Cultura del capoluogo toscano.

Carucci Viterbi, preside della scuola ebraica di Roma, accennava alla “differenza antropologica” tra le due culture, rispondendo ad una domanda relativa proprio alla mancanza, nella tradizione dell’ebraismo rabbinico, del ‘peccato originale’ come ineluttabile destino di corruzione e degradazione degli esseri umani a partire dalla trasgressione di Adamo descritta nel testo biblico.

Non si può quindi non pensare che, all’interno dei confini della cristianità, siano esistite negli ultimi venti secoli, due forme antropologiche diverse, due diversi pensieri sull’essenza umana. E che possiamo ora vederle come davvero irriducibili l’una all’altra.

L’ipotesi, a questo punto, è che la violenza della cultura dominante in Europa nei confronti di quella minoritaria delle tante microcomunità ebraiche sparse ovunque nel continente - le espulsioni ripetute, i saccheggi, i linciaggi, i pogrom di massa a cadenza regolare nel corso dei secoli - abbiano la stessa origine dello scontro secolare con l’Islàm.

E che la persecuzione e lo sterminio perpetuato nella dozzina di anni del potere nazista, pregno dell’antropologia negativa non sia affatto quella tragedia del tutto inspiegabile o frutto di un improvviso impazzimento della civiltà europea di cui si parla, ma che possa essere invece assolutamente coerente con l'essenza stessa dell'Occidente, comprensibile alla luce di uno scontro antropologico iniziato più di duemila anni fa e non ancora giunto alla fine.

Dal peccato originale ai campi di sterminio: il percorso dell’antropologia negativa Fabio Della Pergola 6 febbraio 2015

I FILOSOFI DI HITLER

Con il termine «filosofi di Hitler» s’intendono gli intellettuali che gravitarono intorno al führer negli anni del suo regime. Hitler stesso, autore di Mein Kampf, si considerava un «leader filosofo» e si avvalse di collaboratori-“filosofi” come Alfred Rosenberg, che sarà uno degli imputati maggiori del processo di NorimbergaAlfred BäumlerErnst Krieck, che avevano il compito di ideare le strutture teoriche dell’antisemitismo.
Yvonne Sherratt, autrice del libro I filosofi di Hitler, edito da Bollati Boringhieri, affronta la questione della responsabilità della filosofia nei confronti della strage umana e culturale dell’Olocausto
.
«Il sinistro passato di molti filosofi tedeschi» scrive l’autrice «è rimasto nell’ombra». Molti intellettuali collaborarono con il nazismo e ne sostennero le idee, che sia stato per opportunismo o per convinzione non fa differenza, dal momento che con il genocidio nazista, come scrive Theodor Adorno, per la nostra civiltà l’inferno è diventato «reale».
Ci si chiede come mai «quasi nessuna categoria sociale, nella Germania a cavallo della guerra, rimase immune dal morbo di Hitler». Come sia stato possibile che la filosofia, attenta alle questioni morali e al destino dell’umanità, sia stata contagiata rimane ancora oggi un interrogativo senza risposta.

I filosofi avevano un ruolo importante nella società di quell’epoca ed erano capaci di condizionare la mentalità e le idee. 
Com’è noto, gli intellettuali ebrei furono cacciati dalle università, costretti all’esilio o assassinati, ma ciò che è meno noto è che ci fu chi approfittò della situazione per avanzare di carriera e per ricoprire posti di prestigio, come ad esempio Ernst Bergmann, nominato professore di filosofia all’Università di Lipsia; Max Wundt, prolifico autore di trattati antisemiti, docente a Tubinga; Hans Alfred Grunsky, il quale sosteneva che autori ebrei come Spinoza avessero contaminato la storia del pensiero; Carl Schmitt, Otto Höfler, Erich Rothacker, Max Hildebert Boehm; Walther Schulze-Sölde, Georg Stieler, solo per fare alcuni nomi.
Hans Heyse, conosciuto come «camerata Platone» diventò professore di filosofia all’Università di Königsberg nello stesso anno in cui s’iscrisse al partito nazista. Nell’Ottobre 1933, come riconoscimento per la sua devozione a Hitler, fu promosso a rettore dell’ateneo e nel 1937 fu nominato direttore federale dell’Accademia delle Scienze. Tra i suoi contributi intellettuali vi fu un’edizione in chiave nazista delle opere di Nietzsche. Fu inoltre responsabile della «nazificazione» della filosofia classica, dichiarando che la Repubblica di Platone era la “Ur-form”, la forma originaria, dell’idea del Reich.
La maggior parte di questi filosofi si sono macchiati della colpa di creare la storia di un pensiero antisemita. Resta da capire se anche nel loro caso, e nel caso di grandi menti come quella di Martin Heidegger, si sia trattato, come teorizza Hannah Arendt, di «banalità del male», di ottusità morale e incapacità di guardare alle conseguenze delle proprie azioni. Oppure no.
Yvonne Sherratt racconta anche le storie degli oppositori di Hitler: Walter BenjaminTheodor AdornoHannah ArendtKurt Huber, facendoci entrare nelle loro vite, non per demarcare la differenza tra buoni e cattivi, ma per farci capire quanto fosse difficile avere consapevolezza di stare dall’altra parte, quanto non fosse «banale» riuscire a resistere, usando le armi della filosofia per difendere l’umanità.
Professoressa, ritiene che anche la filosofia sia stata vittima della «banalità del male»?
La «banalità del male» è una frase coniata da Hannah Arendt. Dopo il processo a Eichmann, il nazista che durante l’Olocausto aveva organizzato il trasferimento di tanti ebrei innocenti, uomini donne e bambini, verso la morte, la Arendt ha tentato di rendere conto della questione del male, di comprendere perché le persone commettono atti malvagi. Sostenne che il male, di solito percepito come mostruoso, può essere qualcosa di abbastanza ordinario, come compilare un modulo. Un atto così semplice può essere responsabile di un genocidio, più che il dispiegamento di forze brute o di una leadership carismatica. Quest’idea fece esplodere l’indignazione tra gli Ebrei; essi ritennero, infatti, che Hannah Arendt stesse sminuendo le mostruosità di un individuo come Eichmann, che nella loro visione era un mostro manipolatorio astuto e consapevole, e non solo un burocrate che adempiva alle sue funzioni. Di conseguenza, la Arendt come filosofa ha sofferto di una brutta reputazione, la sua speculazione astratta fu percepita come profondamente insensibile. Si può dire che la filosofia stessa sia stata vittima della sua insensibilità.
D’altra parte, è degno di nota che la Arendt fu l’amante di Martin Heidegger, il filosofo tedesco più famoso dell’epoca, il quale aderì al Nazismo. Sappiamo che riprese il rapporto con lui dopo la guerra. Probabilmente puntare il dito contro il male nel suo aspetto più “ordinario” poteva servire a spostare l’attenzione dalle grandi menti come quelle di Heidegger e dalla questione del loro coinvolgimento. Con l’idea della banalità del male, l’interesse è stato spostato dagli intellettuali verso i burocrati. Sebbene il suo lavoro sul male sia importante e rivelatore, in un certo senso, la Arendt ha fatto ciò che le conveniva di più, cioè scagionare la filosofia. La filosofia infatti non è stata vittima ma beneficiaria del concetto di banalità del male.
Crede che in qualche modo l’idealismo tedesco abbia diffuso una visione falsa e ideologica del mondo?
Non credo. Hitler e i nazisti hanno usurpato un sistema filosofico che era intrinsecamente opposto a tutto ciò che il nazismo rappresentava. Certamente è stato spiacevole che alcuni idealisti tedeschi, con riguardo a particolari aspetti della loro opera, non furono in grado di trascendere il pregiudizio antisemita del loro tempo. Non hanno fatto altro che imitare il loro tempo; sono stati più “mondani” che filosofici. Rispetto a questo hanno fallito come filosofi, sebbene la loro opera sia nel complesso un dono sublime alla razza umana.
L’idealismo filosofico non va confuso con quello del senso comune, cioè con una sorta di ingenuo ottimismo. L’idealismo tedesco, per dirla in breve, è una concezione platonica delle cose umane che attribuisce più importanza alla mente, al cuore e allo spirito, dal punto di vista esperienziale, che alle determinazioni materiali. La sua versione più autentica enfatizza l’importanza della cultura spirituale – non ha dunque nulla a che vedere con il militarismo, l’industrializzazione, il commercio e il potere. Mette invece al primo posto la moralità, e la capacità di pensare oltre la superficie delle cose.
La manipolazione della filosofia operata da Hitler è stata accettata anche dai filosofi. Quale sarebbe stato invece il modo migliore di opporsi al nazismo?
La manipolazione di Hitler della filosofia è stata accettata dai filosofi durante il regime, ma bisogna considerare che il regime nazista ha cacciato gli ebrei, la sinistra e i pensatori liberali, e qualsiasi potenziale oppositore. D’altra parte, è vero che l’ideologia nazista è stata immediatamente accolta dalla maggior parte dei tedeschi (inclusi filosofi di professione e altri accademici) e che molti ebrei-tedeschi esiliati si sono posti esattamente la stessa domanda.
Theodor Adorno, della Scuola di Francoforte, è giunto, insieme ad altri membri della sua scuola, alla Teoria critica: l’idea che la filosofia non consista in una mera serie di proposizioni che spiegano la natura del mondo, ma che sia, invece, un modo di pensare, una forma di pensiero critico che aiuta gli individui a guardare oltre l’apparenza, a mettere in questione affermazioni provenienti da fonti, la cui autorità deve essere confermata. Il progetto Illuminista del XVIII secolo ci ha insegnato che per essere dei cittadini maturi occorre essere capaci di pensare autonomamente, non accettando la verità da autorità superiori, siano esse lo stato, le aziende, i leader politici, la chiesa e perfino la famiglia. Non si tratta di una ribellione adolescenziale ma di un interrogativo perenne: pensare, analizzare e assumere sulle proprie spalle le responsabilità della conoscenza e della comprensione del mondo, non approvare una certa versione degli eventi soltanto perché X ha detto così.
Hitler ha usato la filosofia per ricostruire e purificare la sua immagine. Il razzismo è legato a questo strano «rito di purificazione», che consiste nell’attribuire il male agli altri? Perché è difficile pensarla diversamente?
Penso che il male sia solitamente associato a qualcosa di “altro”, di “alieno”, a qualcosa di “straniero”, che “sta fuori”. I gruppi sociali tendono a trascurare i crimini e i mali interni. Ciò che è familiare è visto come rassicurante, giusto e morale. Lo vediamo anche per ciò che riguarda la nostra salute: il fumo e l’amianto, ad esempio, non sono visti come pericolosi perché familiari. La familiarità ci fa sentire al sicuro. Nei gruppi sociali c’è anche una specie di narcisismo condiviso, per cui i membri tendono a vedere il loro gruppo come superiore. Ciò può essere molto lusinghiero per gli individui interessati, e incoraggia una forma di “parrocchialismo”. Il razzismo si presta a questo tipo di psicologia, in quanto le altre razze sono viste come fisicamente differenti e come “altre”, aliene e possibilmente pericolose. Il nazismo non ha fatto altro che sfruttare questa tendenza. A tal proposito, l’analisi di Hannah Arendt è molto interessante: suggerisce che il razzismo abbia servito la causa della costruzione dell’Impero europeo. Dall’imperialismo fino a quello che noi chiamiamo Terzo mondo, l’impero si è legittimato riducendo le altre razze a uno status inferiore (eurocentrismo) permettendo così la conquista e la brutalità.
La Arendt riteneva che Hitler avesse introdotto il razzismo imperiale in Germania e all’interno del suo popolo. Così quando l’impero europeo si frantumò, i tedeschi poterono costruire la loro nazione con la stessa idea di superiorità razziale, prendendo di mira gli ebrei come stranieri. È stata principalmente una questione di potere; l’idea della purezza razziale ha servito gli interessi di quelle lotte di potere.
Lei cita spesso Brecht. Qual è stato il ruolo della poesia durante l’Olocausto?
Ci sono state poesie collaborazioniste, poesie di resistenza, poesie di sofferenza, di dolore e di disperazione. Theodor Adorno ha scritto che non si può più fare poesia dopo Auschwitz. Forse intendeva dire che di fronte a cose così orribili, l’unica espressione appropriata è il silenzio. La poesia più potente era, per la voce umana, non “cantare” mai più. A sostenere questo silenzio c’é la memoria: comprendere che ciò che si è verificato è talmente malvagio da non poter essere espresso.
Quali sono i vantaggi di uno stile narrativo? Perché ha scelto di soffermarsi sui ritratti dei personaggi storici?
Volevo raggiungere un pubblico più ampio (oltre ai filosofi), ecco perché ho adottato uno stile più narrativo. Ritengo che ai nostri giorni il modo di fare filosofia tende ad essere abbastanza impersonale; mi sarebbe piaciuto leggere qualcosa di più personale e drammatico. Credo che le vite di questi filosofi siano veramente significative, oltre ad essere molto affascinanti.
I filosofi antichi pensavano che la filosofia ci potesse fornire indicazioni su come vivere le nostre vite. Molta della filosofia contemporanea, specialmente quella accademica, sembra aver perso contatto con quest’idea; così il principio che si può anche fare il male nella propria vita ed essere dei filosofi morali regna incontrastato. Io ho voluto contrastarlo scrivendo di questi argomenti. Non sono giunta a una conclusione, l’ho lasciata al lettore. Il mio obiettivo era quello di esplorare, di far sorgere delle domande e di presentare le storie, incredibili e avvincenti, dei filosofi vissuti nel periodo di un simile tumulto. E, alla luce dei tempi contemporanei, mostrare quanto la filosofia sia importante, non solo come strumento di manipolazione ma anche come risorsa per la resistenza




Il più terribile e fondamentale desiderio dell'uomo, il suo impulso alla potenza - lo si chiama "libertà" - deve essere tenuto a freno il più a lungo possibile. Perciò sinora l'etica, con i suoi inconsapevoli istinti pedagogici e disciplinari, è servita a imbrigliare la brama di potenza: essa vitupera l'individuo tirannico e sottolinea, glorificando il servizio della comunità e l'amor di patria, l'istinto di potenza del gregge. 




L'ideologia nazista elaborata da Hitler nel Mein Kampf individuava nella purezza della Razza il fine di tutto. Questa purezza doveva essere sia genetica (caratteristiche somatiche, fisiche, ecc.) che culturale.


Hitler considera (erroneamente) gli ariani come la razza Germanica, come i "creatori di cultura". Vi sono poi i "portatori di cultura", costitutti dalle razze ritenute inferiori agli Ariani che hanno appreso il sapere dagli Ariani e si limitano semplicemente ad usarlo. Infine vi sono i "distruttori di cultura", individuati nella "razza ebraica"

"Il Reich [...] deve mettere la razza al centro della vita generale. Deve darsi pensiero di conservarla pura. Deve dichiarare che il bambino è il bene più prezioso d'un popolo. Deve fare in modo che solo chi è sano generi figli, che sia scandaloso metter al mondo bambini quando si è ammalati o difettosi...".

Per Nietzsche il Superuomo (Übermensch) è una figura metaforica, è quell'essere, teso tra animale e uomo, che sa trarre godimento dall'aspetto tragico-dionisiaco del mondo appena sgombrato da Dio e dai falsi idoli (Morte di Dio). Il superuomo di NIetzsche è un oltreuomo, un uomo nuovo, il viandante dell'avvenire, di una nuova epoca contrassegnata dal cosiddetto nichilismo attivo. Secondo  Gianni Vattimo la traduzione oltreuomo, la più letterale, rispecchia meglio l'ideale portato da Nietzsche[2]

Lo scopo del superuomo non è posto in un universo trascendente, ma trascendentale che punta alla felicità immanente tramite la capacità creativa. Egli è visto come il grado più alto dell'evoluzione, ed esercita il diritto dettatogli dalla forza e dalla superiorità sugli altri. Questo diritto gli si presenta tuttavia anche come dovere di contrapporsi all'ipocrisia della massa e va contro la stessa tradizionale etica del dovere. Il superuomo contrappone al "Tu devi!" cristiano il nicciano "Io voglio!".

Nel concetto di superuomo è essenziale la volontà di potenza, che va vista come movente della storia dell'uomo. Essa si presenta nella creazione della natura così come nelle strutture sociali, e va continuamente oltrepassata. Nel superuomo non rientra tuttavia alcuna prospettiva di violenza o spirito di dominio. Nietzsche non va assolutamente inteso come precursore di Hitler, in quanto nella figura del superuomo non viene identificato un capo carismatico, ma un annunciatore di una nuova figura di uomo. Zarathustra è colui che rende l'uomo consapevole di essere solo un ponte verso una sua più completa e "umana" affermazione, nella quale si serve di un supplemento di coscienza e di spirito per adempiere al soddisfacimento della propria esistenza. Nonostante esso sia un modello del tutto a-morale, non può essere identificato come celebrazione del germanesimo, né con ilsuperomismo legato al modello estetico di Gabriele d'Annunzio.

L'Über-Mensch per Nietzsche è inteso quasi come meta (nel suo significato etimologico di "oltre" e figurato di "fine")-uomo, a cui tendere e per cui venire selezionati ed educati; in quanto bisogna prima creare le condizioni psicofisiche interne ed esterne adatte perché il superuomo possa apparire. In questo da un lato prendendo a modello il grandioso splendore, culturale e politico, prodotto dalla secolare selezione psicofisica della nostra passata aristocrazia (fenomeno comune a tutte le civiltà in ascesa ma "inconscio" rispetto alla sua teoria meta-umana) iniziato nel Rinascimento italiano e culminato nel '700 francese; dall'altro rifacendosi all'antico ginnasio greco o la Repubblica di Platone, il cui scopo finale era la creazione del guerriero-filosofo. Uomo nuovo che però resta in bilico "sulla corda tesa sopra l'abisso", a metà rappresentante di quel superuomo al di là dell'ominide e per l'altra metà precursore e generatore dello stesso.
Nella sua opera Così parlò Zarathustra (Also sprach Zarathustra) Nietzsche spiega i tre passi che l'essere umano deve seguire per divenire superuomo (uomo del superamento):
  • possedere una volontà costruttiva, in grado di mettere in discussione gli ideali prestabiliti;
  • superare il nichilismo, attraverso la gioia tragica e il recupero della volontà di potenza;
  • perpetrare e promuovere eternamente il processo di creazione e rigenerazione dei valori sposando la nuova e disumana dimensione morale dell' "amor fati", che delinea un amore gioioso e salubre per l'eternità in ogni suo aspetto terribile, caotico e problematico.

La volontà di potenza è per Nietzsche il modo d’essere proprio del superuomo. È la volontà di potenza che porta l’uomo a ergersi al di sopra del caos della vita, una volontà che è “virtù che dona”, è quindi una volontà che “si dispiega senza scopo, si dà senza volere nulla al di fuori di sé” (Pasqualotto).

Se quindi la volontà di potenza permette al superuomo di accettare e viverre veramente la vita, allora la volontà di potenza è “volontà di vita”. Tale concetto è espresso in modo esauriente nello Zarathustra ove è scritto: “Dove ho trovato la vita, ho trovato anche volontà di potenza”.

Il Nazionalsocialismo, distorse totalmente l’idea di volontà di potenza, facendolo divenire un sinonimo di volontà di potere, bramosia di prevalere sugli altri, potenza espressa tramite la violenza e la sopraffazione di ciò che è diverso.

Una strumentalizzazione aberrante e vergognosa, che da una parte ha oltraggiato per molti anni la memoria di uno dei più grandi pensatori della storia umana, e che dall’altro ha fornito un tassello importantissimo per l’affermazione delle dottrine razziste del Nazismo.   

Vedete, io vi insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra, La vostra volontà dica: sia il superuomo il senso della terra!
Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di speranze ultraterrene! Essi sono degli avvelenatori, che lo sappiano o no.
Sono spregiatori della vita, moribondi ed essi stessi avvelenati, dei quali la terra è stanca: se ne vadano pure!
Una volta il sacrilegio contro Dio era il sacrilegio più grande, ma Dio è morto, e sono morti con Dio anche quei sacrileghi. Commettere sacrilegio contro la terra è ora la cosa più spaventosa, e fare delle viscere dell'imperscrutabile maggior conto che del senso della terra!
Un tempo l'anima guardava al corpo con disprezzo: e allora questo disprezzo era la cosa più alta: essa lo voleva macilento, orribile, affamato. Così pensava di sfuggire ad esso e alla terra.”

Questo passo, uno dei più importanti del “Così Parlò Zarathustra”, contiene il concetto di legame con la terra, da parte del superuomo, in polemica con le religioni che sostengono l’esistenza di una realtà ultraterrena, considerate da Nietzsche "avvelenatori” dello spirito.

Per il nazismo invece, tale espressione veniva utilizzata per far risaltare il legame dell’uomo con la terra, e quindi con la nazione ed il popolo (Volk), ma soprattutto la critica nietzschiana dei valori religiosi ultraterreni era usata contro gli ebrei, ritenuti dal regime come traditori della Germania.

Nietzsche era uno scettico radicale che si poneva il compito di "riformare il mondo" partendo dalla "rivoluzione dell'individuo" (mediante una transvalutazione di tutti i valori). 



Nel periodo fra le due guerre mondiali, alcuni nazisti impiegarono intensivamente vari espedienti per promuovere la propria ideologia, tra cui Alfred Baeumler nella sua interpretazione de La volontà di potenza. La vasta popolarità di Nietzsche tra i nazisti scaturì in parte dai deliberati sforzi di Elisabeth Förster-Nietzsche, sorella del filosofo che ne curò le pubblicazioni dopo il suo tracollo psichico, divenendo peraltro ad un certo punto un'aperta simpatizzante del partito nazista. 

È famoso l'incontro del 2 novembre 1933 in cui Hitler si reca in visita all'Archivio Nietzsche, riceve in dono da Elisabeth un bastone appartenuto al fratello ed esce tra due ali plaudenti di folla, non prima che Elisabeth gli abbia letto, per certificare i sentimenti della famiglia, un messaggio che Bernhard Förster aveva indirizzato a suo tempo a Bismarck protestando contro il dilagare dello spirito ebraico in Germania (questo aneddoto è sempre citato ed ha il vantaggio di essere documentato da foto).

Mazzino Montinari, nel corso della pubblicazione di opere postume di Nietzsche durante gli anni 1960, scoprì che Elisabeth, "creando" — per così dire — La volontà di potenza mediante l'attività di revisione redazionale di frammenti postumi, ne aveva tagliato degli estratti, cambiato l'ordine, aggiunto titoli di sua invenzione, inserito passaggi di altri autori copiati da Nietzsche come se fossero stati scritti da Nietzsche stesso, e così via.

Alcuni antinazisti ed antifascisti, tra cui György Lukács, condividono in sostanza la tesi di una filiazione diretta del fascismo dalla filosofia nietzschana e più in generale irrazionalista.

Georges Bataille fu uno dei primi a sostenere la tesi invece di una sostanziale falsificazione o di un fraintendimento di Nietzsche compiuti dagli autori nazionalsocialisti, fra cui Alfred Bauemler e Alfred Rosenberg, richiamando in particolare l'atteggiamento diffidente ed ostile del filosofo rispetto agli ambienti antisemiti del suo tempo.. Nel 1937 dedicò un numero di Acéphale, intitolato "Riparazioni a Nietzsche", sul tema "Nietzsche ed i fascisti." In tale sede, ribattezzò ironicamente Elisabeth Förster-Nietzsche come "Elisabeth Judas-Förster" riecheggiando la dichiarazione del filosofo: "Mai avere a che fare con chiunque sia compromesso con questo imbroglio sfacciato a proposito delle razze".

Il verbo di Nietzsche mi ripugna profondamente; stento a trovarvi un'affermazione che non coincida con il contrario di quanto mi piace pensare; mi infastidisce il suo tono oracolare; ma mi pare che non vi compaia mai il desiderio della sofferenza altrui. L'indifferenza sì, quasi in ogni pagina, ma mai la Schadenfreude, la gioia per il danno del prossimo, né tanto meno la gioia del far deliberatamente soffrire. Il dolore del volgo, degli Ungestalten, degli informi, dei non-nati-nobili, è un prezzo da pagare per l'avvento del regno degli eletti; è un male minore, comunque sempre un male; non è desiderabile in sé. Ben diversi erano il verbo e la prassi hitleriani.

PRIMO LEVI, I sommersi e i salvati




Nessun commento:

Posta un commento