venerdì 30 gennaio 2015

La Banalità del Male


«Più che della “banalità del male” si dovrebbe parlare della banalità delle conclusioni della signora Arendt. Il processo ad Eichmann fu fatto da ignoranti, voluto da Ben Gurion per giustificare la fondazione dello Stato di Israele. Hannah Arendt, che aveva seguito tutto da lontano, racconta un sacco di assurdità».

Così Claude Lanzmann, autore del film documentario "Shoah", ha riproposto in tempi recenti la violenta polemica scoppiata negli Anni 60 all’uscita del celebre libro della filosofa ebrea-tedesca, americana, Hannah Arendt, "La Banalità del Male". La vicenda è al centro del film "Hanna Arendt, di Margarethe von Trotta, trasmesso ieri sera in TV.

Quanto a Eichmann, «altro che burocrate ottuso: era un demonio: violento, corrotto, furbissimo», prosegue oggi Lanzmann, respingendo tutti i tentativi della Arendt di darne un’immagine diversa.

Hannah Arendt, filosofa della politica (1906-1975), ebrea tedesca, lasciò la Germania nel 1933, all'avvento del nazismo. Autrice, tra l'altro, di un'opera di grande rilievo, "Le origini del totalitarismo", visse esule a Parigi e poi negli Stati Uniti, dove insegnò nelle più rinomate università. Nel 1961 accettò, non a cuor leggero, la proposta del «New Yorker» di seguire a Gerusalemme il processo contro il criminale di guerra Adolf Eichmann, capo della sezione ebraica della Gestapo, esecutore degli ordini di Heydrich, catturato nel 1960 dal Mossad israeliano in Argentina. (Il processo finì con la condanna a morte di Eichmann impiccato nel 1962).

L’editore Giuntina ha tradotto in italiano e pubblicato un libro sulla questione "Hannah Arendt, Joachim Fest, Eichmann o la banalità del male. Interviste, lettere, documenti". Il libro raccoglie la preziosa intervista andata perduta e ritrovata di recente della Arendt allo storico tedesco Joachim Fest, trasmessa nel 1964 da una radio bavarese; il carteggio inedito fra i due; lettere; documenti; la feroce stroncatura di Golo Mann; il saggio di Mary McCarthy consonante con le opinioni della filosofa tedesca; un'accurata bibliografia.

Già nel 1964 Golo Mann aveva riconosciuto che la Arendt aveva tracciato un ritratto a suo modo fedele di Eichmann. «Non si trattava di un mostro, di un sadico, nemmeno di un fanatico antisemita, bensì di un uomo oltremodo comune: ambizioso quanto altri, obbediente, scaltro e stupido quanto altri; rispetto alle persone più colte era animato da un misto di ammirazione e risentimento; fiutò delle opportunità per una nuova carriera bramoso di svolgere il grande compito omicida in maniera puntuale come qualsiasi altro compito gli fosse assegnato».

Dove sbaglia allora l’autrice? Il fatto che fosse un essere razionale e non un idiota, che fosse un marito tenero e un padre amorevole, nonché un amico disponibile non giustifica - scrive Golo Mann - che Eichmann venga presentato «così innocuo e bonario come lo dipinge la Arendt. Con osservazioni del genere non si risolve il problema della crudeltà e diabolicità dell’uomo».

Ecco il punto: il contrasto tra la «normalità persino bonaria dell’individuo e la mostruosità e diabolicità del suo comportamento» non può essere liquidato come «banalità del male».

Questa definizione è frutto di una «saccente dialettica che genera una notte in cui i buoni non sono buoni e i cattivi non sono cattivi».

L’autrice non descrive Eichmann come un impotente automa. Analizza puntigliosamente quanto sia lucido e consenziente, accetti e si identifichi consapevolmente con la funzione che esercita perché lo fa sentire «potente» al punto che senza di essa perde la sua stessa identità. L’autrice non dice neppure che «ciascuno di noi ha dentro di sé un Eichmann». No. La sua spiegazione è più impegnativa anche se a prima vista sconcertante: Eichmann - dice - è «stupido», "incapace di pensare".

Lo spiega in una conversazione radiofonica con Joachim Fest dopo aver raccontato un episodio (ripreso da Ernst Jünger) di «normali» contadini tedeschi che trattano come esseri subumani prigionieri russi perché questi per fame rubano il cibo dei porci. Era questa «la stupidità scandalosa» che pure Eichmann condivideva. «Ed è questo che propriamente ho inteso quando parlai di banalità. In ciò non c’è nulla di abissale, cioè di demoniaco. Si tratta semplicemente della mancata volontà di immaginarsi davvero nei panni degli altri».

È facile immaginare quanto insoddisfacente suoni questa risposta, soprattutto per le vittime che si sono trovate davanti alla brutalità e al sadismo di questi «uomini comuni», «stupidi», «incarnazione della persona media».


La ingiuriarono nei modi più orribili: «donna senza cuore», traditrice che aveva «disertato l’ebraismo» e che addirittura aveva «calunniato le vittime e scagionato la Gestapo e le SS». Qualcuno, in Germania, fece finta di sbagliarsi e la chiamò «signora Hannah Eichmann».

Perfino la sua storia segreta con Martin Heidegger divenne un capo d’accusa. Per colpa delle sue «relazioni private», sostennero gli inquisitori, lei, l’ebrea scappata dalla Germania in mano alle camicie brune, avrebbe «attenuato la responsabilità del boia delle SS soprattutto per distrarre l’attenzione dalle simpatie per il nazismo del suo maestro» che nel 1933, nel celebre discorso all’Università di Friburgo, fece coincidere il destino tedesco con la necessaria e incondizionata sottomissione agli ordini del nuovo Fuhrer.

Fin dalle pagine iniziali dei saggi apparsi prima sul «New Yorker» e poi confluiti nel libro «Eichmann in Jerusalem», contestò la scenografia di un dramma in cui Ben Gurion era «il regista invisibile». Il suo punto di vista venne articolato con un’argomentazione molto severa nei confronti di tutto il processo e con una sottolineatura molto marcata del ruolo ambiguo, e talvolta complice, dei «Consigli ebraici» (2). Fu soprattutto questa sottolineatura, e non, come spesso in seguito si dirà, la nozione di «banalità del male», a scatenare una veemenza polemica contro la Arendt che una sua amica, Mary McCarthy, non esitò a definire pari a quella di un pogrom (come si evince nella bellissima corrispondenza "Tra amiche", pubblicata in Italia da Sellerio). Una spirale atroce di accuse che spaccò l’opinione pubblica e il mondo ebraico.
Si cominciò proprio dalle colonne della «Partisan Review», la rivista di cui la Arendt era pilastro e figura centrale, dove Lionel Abel scrisse una recensione feroce in cui,. sostanzialmente, si sosteneva che l’autrice del reportage da Gerusalemme aveva reso Eichmann «esteticamente accettabile» e gli ebrei «esteticamente ripugnanti».
Come scrisse proprio la Arendt all’amica McCarthy (che di II a poco sarebbe stata sottoposta anche lei a un’«inquisizione» laica, capeggiata da Norman Mailer, che aveva preso come bersaglio il romanzo "II Gruppo"): «Ho appena saputo che la Anti-Defamation League ha inviato una circolare a tutti i rabbini perché facciano prediche contro di me il giorno dell’Anno Nuovo». Interdetta dalla ferocia inusitata delle critiche che le piovevano addosso, la Arendt osservò che però la «critica è rivolta a un”‘immagine” e quest’immagine è stata sostituita dal libro che ho scritto».
Ma il tono si faceva sempre più aspro. Jacob Robinson, uno dei tre assistenti della pubblica accusa nel processo Eichmann, scrisse sulla rivista "Facts": «Per anni i nostri nemici hanno condotto una campagna che è consistita nel passare la spugna sui rei e nell’incolpare le vittime. Queste ultime, dopo essere state brutalmente assassinate, vengono ora messe a morte una seconda volta dai profanatori. Fra questi nemici si è schierata Hannah Arendt» (3).
Le argomentazioni della Arendt vennero così addirittura equiparate alle gesta ripugnanti degli aguzzini. Gli amici anche più cari della Arendt, da Hans Jonas a Gershom Scholem, si unirono al coro dei rimproveri. A sua difesa la filosofa ebbe solo la stessa McCarthy e Raul Hilberg (4), lo storico che per primo aveva affrontato con una documentazione meticolosa la portata della Shoah in un libro che però aveva scatenato polemiche di violenza appena minore di quelle suscitate dal caso Eichmann.
Hannah Arendt non meritava la crudeltà anche personale di certe critiche: meritava invece di essere criticata nel merito e argomento contro argomento. Prevalsero invece l’anatema e l’insulto. (5)
Fonte: http://80.241.231.25/ucei/Viewer.aspx?Date=Today&ID=2013033024283469

L’accusa di collaborazionismo coinvolse l’ex rabbino di Vienna Benjamin Murmelsteindecano dello Judenrat il Consiglio ebraico del campo di concentramento di Theresienstadt a differenza dei suoi due predecessori, morti assassinati dai nazisti, sopravvisse fino all’età di 84 anni, trascorrendo a Roma gli anni successivi alla guerra. Per quei molti si tratta ancora oggi di un uomo senza dubbio intelligente e scaltro, ma in definitiva un collaborazionista, uno di quelli che secondo Primo Levi avrebbe permesso ai nazisti di dire: «Non siamo più sporchi di voi».

Lanzmann, invece, è convinto che Benjamin Murmelstein sia stato, più di ogni altra cosa, «vittima della stupidità dei suoi correligionari». Lo abbiamo incontrato a Roma, dove nei giorni scorsi ha presentato L’ultimo degli ingiusti, versione scritta - pubblicata da Skira - del documentario-intervista girato nel 1975 e presentato nel 2013 al Festival di Cannes. Un lungo dialogo tra lui e Benjamin Murmelstein, dove quest’ultimo ha la possibilità di dare la sua versione dei fatti, con poche interruzioni e un blando contraddittorio, suggellato dall’ultimo scambio di battute: «Non mi sono mai tirato indietro di fronte al pericolo – dice Murmelstein a Lanzmann – Lei è l’ultimo pericolo, spero, che mi si presenta davanti. E non ho paura neanche di lei». Risposta: «Lei è una tigre».  
C’è chi le rimprovera di essere stato troppo indulgente con l’uomo che redigeva i rapporti per Eichmann. Cosa risponde?  
«Che sono degli idioti. Gente modesta che non ha còlto la portata del dilemma di Murmelstein: salvare il maggior numero di ebrei possibile in una condizione estrema. E così fece: grazie a lui 123 mila ebrei si salvarono. Murmelstein era così intelligente da capire i meccanismi della psicologia nazista, giocando d’anticipo e prevedendo le loro mosse. Come quella volta in cui comprese che se a Theresienstadt si fosse saputo dell’epidemia di tifo Eichmann avrebbe dato fuoco all’intero campo. Fece cambiare i cartelli sanitari, e ogni nuovo caso di tifo venne catalogato con “diarrea”. Un colpo di genio che salvò il campo e tutti quelli che vi si trovavano».  

Di Murmelstein si diceva anche che era l’unico ebreo pingue di Theresienstadt, tanto che lo chiamavano «Murmelschwein», il «porco»...  
«Idioti, di nuovo. Ma quale porco, era uno coi piedi per terra, uno che non smarrì mai la lucidità, un pragmatico puro. Non a caso non si paragonava all’Orlando Furioso né a Don Chisciotte, ma a Sancho Panza: quando gli altri tiravano contro i mulini a vento lui trovava le soluzioni».  

La versione di Murmelstein prevede tra l’altro una critica aspra all’espressione di Arendt «la banalità del male». Qual è la sua opinione al proposito?  
«Aveva ragione Murmelstein, perché Eichmann non era affatto banale, era un demonio. Hannah Arendt ha scritto tante belle cose, ma tra quelle non c’è il libro sul processo Eichmann, dove scrisse un mucchio di stupidaggini, del resto l’intero processo fu una buffonata». 

C’è qualcosa che oggi chiederebbe a Murmelstein e che allora non gli chiese?  
Lei come spiega che gli israeliani volessero impiccare Murmelstein e che il rabbino capo di Roma Elio Toaff si rifiutò di dargli sepoltura al cimitero ebraico?  

Tutti stupidi?  
«Idioti, idioti e ancora idioti. Come dimostra del resto il processo che Murmelstein subì da un tribunale cecoslovacco, che lo scagionò completamente da tutte le accuse. E i cechi non erano teneri, sa quanti ne hanno condannati ... Quel rabbino di Roma, poi, che infamia, potessi lo ucciderei...». 

Claude Lanzmann’s Postscript to ‘Shoah’ JOAN DUPONT May 17, 2013

All one has to do, perhaps, is pose the question simply, and ask, “Why were the Jews killed?” This shows its obscenity. There is an absolute obscenity in the project of understanding. Not understanding was my iron law during all the years of preparing and directing Shoah: I held onto this refusal as the only ethical and workable attitude possible…. “Hier ist kein Warum”: this, Primo Levi tells us, was the law at Auschwitz that an SS guard taught him on arriving at the camp: “Here there is no why.”

The Defense of a Jewish Collaborator Mark Lilla DECEMBER 5, 2013


In "Se questo è un uomo" di Primo Levi impera la radicalità del male: l’autore, appena giunto nel lager, chiede a tutti con insistenza disperata "Warum?" (Perché?) e un compagno gli risponde "Hier ist kein Warum" (qui non c’è alcun perché).
Quanto avvenuto nei lager non si può comprendere Il male, così inteso, è radicale e colui che lo compie è un essere disumano, un mostro il cui agire non può essere in alcun caso compreso, perché, per comprenderlo, occorrerebbe entrare nella sua personalità.
A distanza di vent’anni da Se questo è un uomo, Levi affronta il problema del male in una mutata prospettiva, secondo quella che potremmo definire la "zona grigia" e che possiamo facilmente comprendere leggendo alcuni passaggi de I sommersi e i salvati in cui parla dei carnefici: "erano infatti della nostra stessa stoffa […], erano esseri umani medi […] non erano mostri […] avevano un viso come il nostro". Chi compie il male non è più inteso come un mostro, come una persona assolutamente diversa da chi lo subisce; viceversa, è un essere umano come gli altri e, proprio in ciò, sta la banalità del male, il fatto che chiunque altro avrebbe potuto compierlo. A tal proposito, Levi adduce l’esempio dei "comandi speciali" con cui era affidato agli ebrei stessi l’ingrato compito di uccidere gli altri ebrei per ottenere in cambio qualche mese di "non morte": questo è, secondo Levi, il crimine più spaventoso che si possa commettere, poiché si fanno diventare colpevoli le vittime stesse. Centrale nell’opera è la scena della partita di calcio disputata tra i prigionieri del lager e i guardiani: per un momento è come se si tornasse alla normalità, benché si tratti di una partita disputata "davanti alle porte dell’inferno".
La riflessione arendtiana sul male su fonda su tre concetti: a) normalità e incommensurabilità del male; b) radicalità del male; c) banalità del male. Sono tre modi di concepirlo in base a tre questioni: 1) qual è la natura del male? b) qual è il suo rapporto con la modernità? c) come può la filosofia resistere ad esso? 

Nell’immediato dopoguerra tende a prevalere la concezione della radicalità del male: Heidegger, che di Arendt fu l’amante, si sbarazza di lei e la invia a Heidelberg da Karl Jaspers, a cui ben presto – a causa del suo dichiarato antinazismo e a causa del fatto che sua moglie era ebrea - sono tolte la cattedra e la possibilità di pubblicare, cosicché egli finisce per vivere una sorta di esilio interno alla Germania. Nel dopoguerra – esattamente nel 1945 – egli torna in cattedra e tiene un corso sulla Schuldfrage, ossia sulla "domanda inerente la colpa": di che colpa si sono macchiati i Tedeschi? Per rispondere a questa domanda, Jaspers elabora una casistica con quattro tipi di colpa: 1) colpa criminale è la trasgressione della legge; 2) colpa politica è quella che riguarda diversamente i cittadini a seconda della loro posizione (sudditi, capi, ecc), benché resti vero che chi obbedisce e non si oppone è comunque corresponsabile; 3) colpa morale è quella che si commette quando si violano le leggi prescritte dalla propria coscienza (come nel caso in cui si uccide una persona benché la coscienza ci inviti a non farlo); 4) colpa metafisica è quella per cui, in quanto uomini, siamo tutti corresponsabili di ogni torto perpetrato nel mondo, cosicché Jaspers può affermare che "il fatto di essere ancora vivi [dopo Auschwitz] è una colpa". 



Arendt, attenta lettrice e grande amica di Jaspers, intende la sua nozione di "colpa metafisica" equivalente a quella di "colpa collettiva" e obietta al filosofo tedesco che dire che tutti sono colpevoli è, in fin dei conti, come dire che nessuno lo è, quasi come se, dalla colpevolezza generalizzata, risultasse una altrettanto generalizzata assoluzione. Si tratta invece – prosegue Arendt – di accertare i singoli gradi di responsabilità nei singoli casi. 



La filosofa tiene con Jaspers nel 1946 un carteggio sul problema della colpa: alla tesi jasperiana della colpevolezza collettiva, ella contrappone la nozione di "colpa organizzata". Come è noto, nel processo di Norimberga, i nazisti cercavano di discolparsi presentandosi come meri ingranaggi della macchina dello sterminio, cioè come semplici esecutori degli ordini che di volta in volta erano loro impartiti: pertanto Arendt – alla stregua di Levi – ne evince che i capi erano dei mostri, mentre gli esecutori erano uomini come noi, ingranaggi in quelle "fabbriche della morte" che erano i lager. Questi ultimi – nota Arendt – sono caratterizzati da tre elementi essenziali: a) l’impersonalità tipica delle grandi burocrazie; b) la parcellizzazione tayloristica, quasi come se si trattasse di una catena di montaggio finalizzata a dare la morte; c) la gerarchicità più totale, come in un esercito. Il lager – nota Arendt – applica tutti i tratti fondamentali delle istituzionalità della modernità e, in particolare, quello che Weber definiva l’agire razionale rispetto allo scopo, intendendo - con tale espressione - un agire mirante esclusivamente al fine (lo sterminio degli ebrei) e incurante dei valori e delle conseguenze. 



Non appena a quegli "onesti padri di famiglia" era dato agire con quello sgravio di impunità morale, il gioco era fatto: diventavano carnefici a tutti gli effetti. La grande modernità di Auschwitz sta allora, secondo Arendt, nel fatto che, oltre a poggiare sulle istituzionalità tipiche del moderno, il male è compiuto da persone come le altre, da "onesti padri di famiglia", gentili ed educati con i propri figli e con le proprie mogli. 



Dal canto suo, Jaspers propone come terapia ad Auschwitz un ritorno generale all’umanesimo di Goethe e si spinge anche più in là della Arendt, forse in virtù del fatto che egli era psicologo ancor prima che filosofo: "la colpa […] assume un connotato di satanica grandezza"; egli avverte tuttavia il rischio che, parlando come fa Arendt di male incommensurabile, si finisca per farne una velata esaltazione, quasi come se ella trasformasse "l’orrore in mito", cosicché – egli conclude – "mi pare che si debbano ricondurre le cose alla loro banalità": per spiegare questo punto scivoloso, egli ricorre all’immagine dei batteri che, pur così piccoli e insignificanti, sono in grado di produrre mali immensi; tale è ciò che è accaduto coi nazisti. 



Arendt rifiuta risolutamente la proposta di Jaspers e lo fa in nome del paqoV: "ad Auschwitz non si è commesso un male superficiale, si è tentato di estirpare dal mondo il concetto stesso di uomo". Quale strategia di resistenza propone allora la Arendt, di contro al ritorno (forse anacronistico) a Goethe prospettato da Jaspers? Ella propone un’etica della responsabilità che mutui il male in un fardello di cui l’umanità è chiamata a farsi carico, una sorta di vergogna che ciascuno deve provare all’idea di far parte di quell’umanità che ha commesso quel male. 



Con la stesura de Le origini del totalitarismo, del 1951, si volta pagina: Arendt passa dall’incommensurabilità alla radicalità del male, identificando Auschwitz col male assoluto, icasticamente tratteggiato in questi termini: "il male assoluto, impunibile e imperdonabile, che non poteva più essere compreso e spiegato, coi malvagi motivi dell’interesse egoistico, dell’avidità, dell’invidia, del risentimento e che quindi la collera non poteva vendicare, la carità sopportare, l’amicizia perdonare, la legge punire".

Da ciò si evince come l’eziologia e la terapia siano messe entrambe fuori gioco: con la shoà il filo della tradizione è stato per sempre reciso e si è concretato quello che già Kant – in La religione entro i limiti della sola ragione – definiva il "male radicale". Tuttavia Arendt non indica quale sia la reale natura di tale male, ma si limita a indicarne i luoghi in cui esso è nato: i lager. Ella è altresì convinta che, per capire il totalitarismo (questo è l’obiettivo della sua opera del ’51), si debbano innanzitutto capire i lager, ossia quei luoghi in cui la logica del male radicale si è sviluppata appieno. Ma usare i lager per capire il totalitarismo equivale, naturalmente, a chiedersi quale fosse la funzione dei lager: a tal proposito, Arendt esclude in blocco tutte le possibili risposte utilitaristiche, secondo le quali i lager sarebbero serviti a qualcosa; al contrario – ella nota – essi non sono fabbriche finalizzate alla produzione di qualche cosa, né volte a creare cadaveri. Certo, quella che nei lager si compiva era una forma di annichilimento dell’uomo, giacché egli era in primo luogo annullato come individuo non appena, nel lager, gli erano negate una nazione e una giuridicità, e, in secondo luogo, era azzerato sul piano morale, nella misura in cui – nel lager – i classici problemi morali perdevano ogni significato (tale è il caso in cui alla madre è chiesto quale dei suoi figli preferisce che muoia per primo).

Arendt conclude che il vero scopo dei lager era la trasformazione della natura umana, la quale, così com’è, si oppone per sua natura al totalitarismo: il lager plasma un’umanità perversamente nuova e diversa, e questo è il sogno di tutti i pensatori moderni (dal Faust di Goethe fino a Marx). Nei lager quel sogno si è capovolto in incubo, l’utopia si è fatta distopia (è l’immagine del "giardiniere" in altre forme): dopo poche settimane di reclusione, persone tra loro diversissime sotto ogni profilo diventano una sola persona che non ha più umanità né diritti, ma a cui restano esclusivamente le funzioni primarie.

Il passo successivo compiuto dalla Arendt è di chiedersi quale sia il ruolo svolto dalla cultura nei lager intesi come laboratori per cambiare la natura umana. A tal proposito, ella confessa a Jaspers: "ho il sospetto che la filosofia non sia monda e priva di macchia in tutto ciò". Come disciplina, la filosofia ha innanzitutto responsabilità di tipo politico/dirette: è questo il caso in cui essa si mette al servizio di una certa linea politica, con un coinvolgimento diretto (è il caso di Gentile e il fascismo italiano); ma c’è anche una responsabilità di tipo intellettuale/indiretta, quando – come nel caso di Nietzsche e del nazismo – si precorrono filosoficamente posizioni che altri percorreranno fraintendendole.

Quand’è che un filosofo può essere qualificato come nazista? Sicuramente quando egli teorizza la superiorità della presunta razza ariana e quando assegna ad un dato popolo una missione particolare. Tre sono le possibili interpretazioni della responsabilità individuale: 1) si può essere nazisti a prescindere dalla propria filosofia (è il caso di chi aderì al nazismo benché fosse kantiano); 2) si può essere nazisti perché la propria filosofia non presenta elementi di opposizione a ciò (compromissione debole); 3) si può essere nazisti perché la propria filosofia spinge in quella direzione (compromissione forte). Nel caso di Arendt, si preferisce comunemente parlare di "responsabilità indiretta": quando ella scrive a Jaspers circa la complicità della filosofia col male estremo, pensa ad una prospettiva in cui ciò che accade all’interno dei lager – e che a tutta prima pare del tutto assurdo e ineccepibile - diventa di una chiarezza imbarazzante se visto attraverso le lenti dell’ideologia, le quali finiscono per dare fin "troppo senso" al male.

L’ideologia per Marx era una forma di "falsa coscienza" poggiante su quegli interessi di classe che spingono a pensare in una maniera involontariamente favorevole alla propria classe sociale (tale è il caso della borghesia che finisce col considerare il capitalismo come eterno anziché come frutto di un determinato momento storico); spetta ai critici dell’ideologia smascherare tale falsa coscienza, mettendone in luce la falsità.

Con Arendt il termine "ideologia" si colora di significati nuovi e diversi: si riferisce ad una corrispondenza totale tra teoria e prassi; è, in altri termini, la pretesa di far diventare in tutto e per tutto reale la teoria Lo slogan degli "ideologi" è, in questo senso, il seguente: "ciò che vale per la teoria, deve necessariamente valere anche per la prassi"; o anche quello latino: "fiat veritas ac pereat mundus". È esattamente questo che si è verificato ad Auschwitz, dove i nazisti hanno tentato di concretare la loro perversa teoria: per mettere in evidenza ciò, Arendt si sente in dovere di dimostrare come l’orrore nazista si sia realizzato in virtù del fatto che il mondo è svanito, ossia è caduta quella pluralità che garantiva resistenza, giacché l’ideologia, per funzionare, non ha bisogno dell’io e del mondo: essa è, piuttosto, un parto della mente, un monologo paranoico, un’evasione dal reale. E tale rimozione della pluralità in tutte le sue sfaccettatura affetta sempre più la filosofia, che tende sempre più a capovolgersi essa stessa in ideologia e a diventare preda di un folle pensare l’unità, riducendo l’umanità ad un solo uomo (nei lager le pluralità e le differenze erano azzerate: si era una sorta di unico uomo ridotto alle funzioni primarie).

Tuttavia Arendt si accorge ben presto che questo modello, se applicato al nazismo, funziona poco: e, per salvarlo, decide di estenderne l’applicabilità anche allo stalinismo, consapevole di come sia stato, più di ogni altro, Marx a tentare di far diventare prassi la teoria (rendere "filosofico" il mondo, com’egli amava dire), teorizzando la priorità della vita activa su quella contemplativa. Con Marx la filosofia diventa supporto politico del totalitarismo, anche se – come Arendt stessa rileva – "il filo che lega Marx ad Aristotele è assai più robusto di quello che lega Marx a Stalin".

Mostrata la validità della sua tesi per cui si procede sempre più in direzione di un’ideologia, cosicché si perde la pluralità in nome dell’unità, Arendt estende il modello – risultato valido nell’analisi dello stalinismo - anche al nazismo: la teoria della razza è diventata prassi nei lager (questa è l’ideologia). Come antidoto a questa inquietante marcia verso l’ideologia, ella propone di distinguere, all’interno della storia, una "tradizione principale", che rimuove la pluralità e le differenze, e – ad essa contrapposta – una "tradizione alternativa" che, viceversa, valorizza ed esalta il pluralismo in ogni ambito, lottando contro ogni totalitarismo: appuntare l’attenzione su questa tradizione minoritaria è il compito che Arendt si assume a partire dal suo scritto Vita activa.

Si tratta dunque di ripensare l’intera tradizione storica e filosofica tentando di valorizzare quegli elementi pluralizzanti che la "tradizione principale" ha eliminato o, nel migliore dei casi, messo a tacere.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 il pensiero di Arendt subisce una nuova svolta in concomitanza con l’arresto di Eichmann, uno dei pezzi grossi della milizia nazista, fuggito in Argentina – con l’appoggio del Vaticano - dopo la disfatta tedesca: si cattura e si processa quello che, nell’immaginario collettivo, è il mostro per antonomasia. Israele, diventato Stato, vuole mostrare al mondo che, da quel momento in poi, chi oserà attaccarlo non si salverà; e il fatto stesso che lo Stato vada a prelevare Eichmann in Argentina è una prova lampante di ciò. Subito sorge un problema non da poco: chi ha il diritto di processare Eichmann?

Per la prima volta si parla di crimini contro l’umanità: in tale occasione, Jaspers sostiene che tutto il mondo deve processare Eichmann (e Arendt condivide tale posizione), ma Israele si rivela sordo e decide di processarlo a Gerusalemme, anche quando molti (fra cui Arendt stessa) fanno notare che i lager non hanno riguardato esclusivamente gli ebrei, ma anche i comunisti, gli omosessuali, i minorati mentali e, in fin dei conti, l’intera umanità. A questo punto, Arendt decide di seguire di persona il processo a Gerusalemme e di vedere "in carne e ossa" quello che a quei tempi ancora definiva "il male radicale": sicché si fa mandare da un giornale americano come inviata speciale e da quest’esperienza esce un libro – La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme – attraversato da cima a fondo da un costante senso di spaesamento che traspare fin da quando Arendt scende dall’aereo. Con la pubblicazione di quel libro, inoltre, ella perderà tutti i suoi più cari amici (tra cui Hans Jonas) e sarà ripetutamente accusata di "insensibilità". Ciò può essere facilmente compreso fin dalle prime pagine, dove ella scrive che, alla vigilia del processo, Israele si stava organizzando come la Germania nazista: espressione, questa, che suonò assai sgradita alle orecchie di molti.

Le prime domande che si sollevarono furono le seguenti: perché Eichmann non è processato da una corte universale? Perché non in Germania, dove compì i suoi crimini? La risposta – destinata a suscitare grande scalpore - che Arendt, sconcertata, forniva, era che Israele aveva bisogno di legittimarsi e il processo ad Eichmann era un’eccellente occasione. Ancora più sconcertata ella fu allorché vide in persona Eichmann in tribunale; appena due giorni dopo, essa riferì a suo marito dell’incontro e così descrisse icasticamente Eichmann: "è un uomo grigio, piccolo, un coglione". Ma ciò che più la colpì fu l’assoluta normalità di Eichmann: quello che, nell’immaginario collettivo, era un mostro efferato, si presentava ora come una persona qualunque, del tutto sana, che non uccise mai nessuno con le sue mani e che addirittura svenne alla vista del sangue; egli era, in altri termini, semplicemente un "funzionario delle fabbriche della morte" e, di fronte a lui, la teoria del "male radicale" girava a vuoto. A questo punto, Arendt comincia a mutare prospettiva e ad elaborare una teoria simile a quella della "zona grigia" di Levi. L’avvenuto mutamento di prospettiva è da Arendt comunicato a Scholem (che, fino a quel momento, fu suo amico) in una lettera del 1963:

"ho cambiato idea e non parlo più di "male radicale". […] Quel che ora penso veramente è che il male non è mai "radicale", ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla sua superficie come un fungo. Esso "sfida" […] il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e, nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua "banalità". Solo il bene è profondo e può essere radicale".

La spaesante conclusione cui ella perviene è che Eichmann non è un mostro orripilante, un essere "non umano" che uccide per il gusto di uccidere: al contrario, egli né uccide né odia gli ebrei, bensì si limita ad organizzare il trasporto ferroviario degli ebrei nei campi di sterminio, ossia si preoccupa solamente che i treni arrivino in orario, senza curarsi minimamente del loro carico. Addirittura, si scopre che il suo progetto era di invadere il Madagascar e di mandare lì in esilio tutti gli ebrei: il loro sterminio esulava del tutto dalla sua volontà. Ne emerge, allora, la figura di un Ponzio Pilato che non giudica mai e che è sconvolto quando i nazisti optano per la "soluzione finale": da tutto ciò, Arendt sostiene che "Eichmann non pensa" ed è perciò un uomo malvagio, quasi l’incarnazione del totalitarismo e dell’ideologia, pensa e agisce in modo meccanico, è "obbediente come un cadavere".

Chiamato a difendersi, egli arriva a dire di aver agito "kantianamente" e di aver seguito la volontà di Hitler: non sa ergersi a giudicare quel che fa, si limita ad obbedire ai comandi che gli sono impartiti; così rileva Arendt e, di seguito, si domanda se quello di Eichmann fosse un comportamento obbligato. A questa domanda risponde negativamente: non è assolutamente vero che in ogni uomo si nasconde e latita un potenziale mostro come Eichmann; al contrario, basta saper pensare ed essere giudici del proprio agire perché ciò non si verifichi.

Per chiarire questo punto, Arendt adduce l’esempio della Danimarca, l’unico Paese che si era fermamente opposto all’invasione della Germania e delle sue idee aberranti. In fin dei conti, Arendt rileva che Eichmann ha compiuto un male immenso e incommensurabile ma credendo di fare del bene (in ciò risiede quella che ella chiama la "banalità del male"), non ha saputo opporsi poiché non è stato in grado di pensare e giudicare: perciò deve essere punito dalle leggi. Sicché la pena che gli fu inflitta a Gerusalemme (l’impiccagione) fu giusta secondo Arendt, benché ella non condividesse affatto la sentenza per cui Eichmann era un criminale contro gli ebrei: in realtà – ella nota – Eichmann fu un criminale contro l’umanità e perciò deve morire.


A un’osservazione più attenta, si vede che ogni forte manifestazione di potenza esteriore, sia di carattere politico che di carattere religioso, investe di stupidità gran parte degli uomini…La potenza dell’uno ha bisogno della stupidità degli altri. Il processo attraverso cui ciò avviene non è quello dell’improvvisa atrofizzazione o sparizione di determinate doti dell’uomo – nel caso specifico, di carattere intellettuale – ma di una privazione dell’indipendenza interiore dell’uomo, sopraffatto dall’impressione che su di lui esercita la manifestazione della potenza.."
"Divenuto in tal modo uno strumento privo di volontà, lo stupido è capace di commettere qualsiasi male e di non riconoscerlo come male. Qui sta il pericolo di un diabolico abuso, con il quale certi uomini possono venir rovinati per sempre. "
Siamo su posizionni simili a quele della Harendt. Il Male è "banalmente" stupido, attecchisce làddove non vi è un pensiero forte, una volontà forte, una identità forte. Il male è totalitarista, è nichilista, annulla l'individualità, il principio individuationis, ciò che permette all'uomo di comprendersi come tale, come "Io".
Per Arthur Schopenhauer tale principio è strettamente connesso a quello di "principio di ragione". 
Per Nietzsche, il principio di individuazione, riflesso dell'istinto apollineo, è necessario affinché che l'uomo non si autodistrugga nel proprio lacerante grido (Iakchos) di dolore.

Siamo infine davvero sicuri che Heickmann fosse un individuo normale, banale, stupido, un semplice burocrate, incapace di pensiero?

Così è apparso alla filosofa Hannah Arendt che su di esso ha costruito la sua più "scandalosa" riflessione filosofica.

E se invece questa banalità del male fosse il frutto di un affatto banale inganno?

Anche dando per vera la "banale malvagità" di Heickmann, come liquidare coloro che gli davano gli ordini, la setta di gerarchi nazisti che faceva capo a Hitler?

Come è stato possibile che anche grandi filosofi, non certo incapaci di pensare, si siano fatti contagiare dal "male assoluto"? 

Nessun commento:

Posta un commento